L’ECONOMIA CINESE – INDUSTRIA E MANIFATTURA 

Secondo il World Factbook della CIA nel 2012, l’industria e l’edilizia compongono il 46,7% del PIL cinese. La IHS Global Insight ha stimato che nel 2010 il 19,8% della produzione manifatturiera mondiale proveniva della Cina, divenendo il leader nella produzione industriale e sorpassando gli Stati Uniti, i quali avevano tenuto questo primato da 110 anni. Sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, lo sviluppo industriale è da sempre stato al centro dell’attenzione nei programmi economici del Partito Comunista Cinese. Fra i vari settori industriali, la costruzione di macchinari e la metallurgia hanno ricevuto la maggior attenzione. Questi ultimi oggi compongono il 20-30% del totale valore del gettito industriale del paese. Tuttavia questi settori hanno sofferto una carenza nell’innovazione dovuta ad un sistema che ha premiato l’incremento della produzione sopra ogni cosa, a discapito di sofisticazione, qualità e varietà. Perciò oggi giorno, nonostante l’enorme settore metallurgico, sono ancora carenti le produzioni di acciai speciali. La crescita della manifattura ha avuto una media del 10%, sorpassando gli altri settori dell’economia. Numerose compagnie nell’industria pesante rimangono sotto il controllo statale, per via della loro importanza strategica. La manifattura leggera e la produzione di beni di consumo e di lusso sono generalmente e sempre più nelle mani dei privati.

Fra le industrie principali vi sono le industrie minerarie e quelle di alluminio, carbone, macchinari, armi, tessili, abbigliamento, petrolio, cemento, fertilizzanti, industria alimentare, automobili, macchinari per il trasporto tra cui locomotive e binari, navi ed aeroplani. A questi si aggiungono quelle di altri beni di consumo quali calzature, giocattoli, elettrodomestici ed il settore tecnologico quali telecomunicazioni e tecnologie per l’informatica. L’industria chimica copre un ruolo importante a livello globale, essendo il paese leader nella produzione di fertilizzanti, plastiche e fibre sintetiche. Dal 2000 il Paese è fra le mete preferite per la ricollocazione della produzione manifatturiera, per via della conveniente manodopera e del posizionamento della Cina come piattaforma per l’export globale. Tuttavia dato l’innalzamento del tenore della vita, il rinvigorimento dei regolamenti ambientali e del lavoro e soprattutto l’innalzamento dei salari, le considerazioni per il ricollocamento si basano sempre meno sulla convenienza della manodopera rispetto al periodo iniziale dell’industrializzazione cinese.

Tuttavia la rapida industrializzazione ha portato a conseguenze negative sull’ambiente, ed un incremento delle tensioni tra lo stato ed i cittadini. Alti livelli di inquinamento atmosferico, idrico e del suolo pongono un serio problema alla sostenibilità dell’industria cinese nel lungo termine, specialmente a causa delle limitate risorse naturali del Paese. Negli ultimi decenni vi sono stati numerosi casi di proteste popolari in città dove era stata pianificata la collocazione di industrie pesanti. In risposta, nel novembre del 2012 il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese sancì un mandato per il controllo di tutti i maggiori progetti industriali del paese, chiamato “valutazione del rischio sociale”, per poter valutare possibili tensioni sociali causati da tali progetti.

L’ECONOMIA CINESE – SERVIZI

La Strada di Nanchino, la via commerciale più famosa e più trafficata di Shanghai.
Nel 2012 il settore dei servizi cinese si classificava terzo al mondo per prodotto nominale, dopo Stati Uniti e Giappone, mentre per PPA già nel 2010 si classificava secondo dopo gli Stati Uniti. Nel 2010 il settore dei servizi componeva il 43% del PIL cinese, secondo per pochi punti al settore manifatturiero e dell’edilizia combinati. Tale rapporto è tuttavia ancora basso rispetto a quello dei paesi più sviluppati.

Prima delle riforme economiche del 1978, il settore dei servizi cinese era caratterizzato da aziende statali, con controlli sui prezzi e razionamento dei servizi prodotti. Con le riforme vennero introdotti mercati privati, il settore commerciale e fu dato spazio al ruolo degli imprenditori. I settori della vendita al dettaglio e vendita all’ingrosso si svilupparono rapidamente, negli anni facendo nascere numerosi centri commerciali, negozi. Così fu rapida la nascita di ristoranti, alberghi, vendita articoli e beni secondari e numerose piccole e medie imprese in proprio. L’amministrazione pubblica rimane tuttora una forte componente del settore dei servizi, mentre il turismo, sia per turisti cinesi che stranieri, sta crescendo rapidamente ed è una fonte di valute estere.

L’ECONOMIA CINESE – AGRICOLTURA

Secondo la Banca Mondiale, nel 2011 l’agricoltura componeva il 10% del PIL cinese. Nel 1983 tale figura era al 33%, mostrando una radicale trasformazione nell’economia cinese. Secondo le statistiche della FAO del 2011, la Cina è il produttore e consumatore di prodotti agricoli più grande al mondo, primo nella produzione di riso e grano. Inoltre la Cina è fra i principali produttori di mais, tabacco, soia, patate, sorgo, arachidi, tè, orzo. Altre produzioni non alimentari quali cotone, fibre, seta ed olio di semi formano una piccola componente delle esportazioni agricole della Cina. La resa è generalmente alta, dato l’utilizzo di coltivazioni intensive. La Cina possiede solo il 75% delle terre coltivabili degli Stati Uniti, tuttavia ha una produzione agricola del 30% superiore a quest’ultimo paese. Produzione di grano dal 1961 al 2004. Stime tratte dalla FAO. Asse Y: produzione in tonnellate metriche.
Secondo stime delle Nazioni Unite, nel 2003 la Cina ha sfamato il 20% della popolazione mondiale, con solo il 7% delle terre arabili al mondo. A causa della geografia della Cina, solo il 15% del territorio cinese è adatto all’agricoltura. Di questo, la metà non è irrigata ed il rimanente è diviso tra risaie ed aree irrigate. Ciononostante circa il 50% dei cinesi vive in queste aree, un’alta percentuale dei quali lavora in agricoltura. Le stime nazionali indicano una popolazione rurale tra i 600 e i 700 milioni di abitanti, stima esatta difficile da ottenere dato che numerosi cittadini cinesi sono tuttora registrati in regioni rurali ma da tempo si sono trasferiti in centri urbani. Di questi circa la metà lavora nell’agricoltura, mentre il rimanente ha trovato lavoro in industria leggera o servizi a livello locale.

L’allevamento costituisce la seconda più importante componente della produzione agricola. La Cina è leader mondiale nella produzione suina, di pollame e di uova e dispone di notevoli allevamenti bovini ed ovini. L’acquacoltura e la itticoltura rappresentano settori tradizionali da tempo presenti nel settore agricolo del paese, per far fronte all’insufficienza delle risorse marine presenti nei mari della Cina. Nella regione del tibet è sviluppato l’allevamento dello yak, dai cui si ricavano pellame, latte e carne. In seguito alla crescita demografica ed agricola del paese, molte risorse forestiere sono andate perdute. Vi sono stati numero interventi di riforestazione a livello nazionale, tuttavia questi non si sono rivelati pienamente efficaci ed il Paese tuttora fa fronte ad un grave problema di deforestazione.[44] Le foreste principali si trovano sulle montagne Qin, nelle regioni centrali e nell’altopiano dello Sichuan e Yunnan, data la difficoltà nell’accedere a queste regioni. La maggior parte della produzione di legna del paese proviene dalle province del nord-est del Helongjiang e Jilin, e centrali ed meridionali del Sichuan e Yunnan.

Le province Occidentali quali il Tibet, lo Xinjiang e il Qinghai, nonostante la vasta estensione territoriale, hanno una produzione agricola bassissima data la natura geografica di queste regioni. Nelle regioni meridionali la produzione di riso domina l’agricoltura, spesso con due rese annue. Nel nord del Paese domina invece la produzione del grano, mentre nelle regioni centrali le produzioni di riso e di grano sono generalmente alla pari. La soia ed il frumento sono per la maggior parte prodotti al nord ed al centro, mentre il cotone è coltivato intensivamente nelle regioni centrali.

WOFE – WHOLLY FOREIGN OWNED ENTERPRISE

Una Wholly Foreign Owned Enterprise (WFOE) è, in Cina, un mezzo di investimento per creare unità produttive o commerciali in territorio cinese. La WFOE si configura in diverse tipologie di cui la più popolare è la società a responsabilità limitata (Limited Liability Companies – LLC). Come indicato dal nome stesso di questa entità giuridica, la WOFE, chiamata anche WFOE, è controllata al 100% da un investitore straniero.

A differenza di altri tipi di investimento previsti dalla legislatura nazionale, la caratteristica della WFOE è il fatto che non sia richiesta la presenza di un soggetto cinese in quanto sono di proprietà interamente straniera. Questo può risultare, per un’impresa estera interessata ad entrare nel mercato cinese, in un maggiore controllo sulla venture, evitando i problemi tipici di una joint venture: negoziazioni contrattuali, conflitti potenziali con l’altro partner nella venture, obbligo di condivisione di talune scelte strategiche.

Si ricorre spesso alle WFOE per produrre in Cina un prodotto straniero, per poi esportarlo in un altro paese. Infatti, una WFOE non ha la possibilità di distribuire i prodotti in Cina, sebbene sia stata recentemente una variante (Foreign Invested Commercial Enterprise) che ne ha invece la possibilità.

Il vantaggio principale di una WOFE è che, a differenza di altri strumenti come l’Ufficio di Rappresentanza o l’Ufficio Vendite, consente di operare e generare profitti in Cina. Una WOFE può infatti emettere i fapiao (fatture Cinesi), consentendo quindi all’azienda di svolgere attività produttive vere e proprie a non solo di marketing.

Inoltre, la WOFE garantisce all’investitore straniero diritti quasi uguali a quelli di un imprenditore Cinese.

Se gli investitori optano per una WOFE a responsabilità limitata (LLC), questi saranno responsabili solo per i capitali investiti. Grazie all’adesione alla World Trade Organization (WTO), la WOFE può operare anche come negozio al dettaglio o società commerciale.

D’altra parte, costituire una WFOE significa addentrarsi nel mercato cinese rinunciando ad appoggi più sicuri, come può essere un partner in una joint venture. Di conseguenza, la WFOE può faticare a creare un tessuto di guanxi, cioè “relazioni” personali con l’apparato burocratico e i soggetti del mercato, relazioni che in Cina sono molto importanti per portare avanti un’impresa.

Le tempistiche per la creazione di una WOFE possono anche richiedere 1/2 mesi, nella migliore delle ipotesi, e richiedono la presentazione della documentazione richiesta presso diversi organi competenti. La procedura è piuttosto macchinosa e molta della documentazione deve essere presentata in lingua Cinese. Solitamente le aziende straniere si appoggiano a società specializzate che si occupano di tutta la procedura burocratica per aprire una WOFE in Cina.

In alcuni settori è vietata la costituzione di WFOE. In questi casi, peraltro limitati, si ricorre di solito all’alternativa della joint venture con un partner locale.

La procedura  per aprire una società (WFOE) in Cina comprende 8 passi:

1. Individuare un’agenzia o uno studio legale che ti aiuti e consigli durante il processo di formazione e gestione della società;

2. Scegliere il Business Scope in cui intendi operare e determina se è incentivato, ristretto o proibito agli stranieri;

3. Verificare che tutti i soci abbiano l’approvazione per possedere azioni di una società cinese;

4. Preparare tutti i documenti necessari per avere le approvazioni governative:

Il nome della società, in cinese, che intendi utilizzare;

La lista dei soci (o delle società) controllanti;

La struttura manageriale;

L’indirizzo legale della società;

Il numero, cittadinanza, salario e benefit degli impiegati;

Il capitale registrato;

Uno studio di fattibilità.

5. Richiedere l’approvazione finale alle autorità competenti;

6. Ottienere la business license dalle autorità;

7. Aprire il conto e depositare il capitale registrato.

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2019-10-16T20:24:57+00:00settembre 5th, 2019|
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